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NATALE ADDAMIANO
nodi quasi di stelle e Fontana

a cura di leonardo conti


23 aprile | 4 giugno 2016

musica di paola samoggia

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La PoliArt Contemporary di Milano è lieta di annunciare Nodi quasi di stelle, mostra dedicata ai neri e lucenti cieli stellati di Natale Addamiano. Le circa venti tele scelte, cercano di focalizzare il momento di maggiore astrazione nella ricerca dell’artista pugliese, in cui le luci profonde e variabili delle notti stellate divengono il luogo in cui la pittura già albeggia, riscattando i molti tramonti del monocromo contemporaneo.

Ciò che colpisce è proprio il dialogo visibile che l’artista, erede della grande tradizione della pittura, instaura con le neoavanguardie e le loro diramazioni che giungono sino al contemporaneo. Non è un caso che Addamiano, in sintonia con il curatore, riconosca proprio nei buchi di Lucio Fontana quella variazione infinita, fatta di differenze, contrasti, accordi, incontri e scontri sempre mutevoli, che costituisce e costruisce lo spazio inquieto, superficiale e profondo proprio della pittura. Per questo motivo, per riallacciare i nodi di quel discorso, che dalla pittura, attraversando lo spazio reale, torna alla pittura, è stata inserita in mostra la prima carta con i buchi che Lucio Fontana eseguì nel 1949.
Ecco che i “nodi quasi di stelle” di Addamiano - la citazione è leopardiana - indicano la trama complessa dei suoi inediti buchi di luce fatti di pittura: l’artista costruisce piani profondi di consistenza, sovrappone timbro su timbro sino al nero, sino a quando lo spazio reale e lo spazio interiore possano appoggiarsi l’uno sull’altro, come attraversati e tenuti dalle sue stelle.
E la forza di attraversamento di questa pittura, il suo affiorare da lontano, può intendersi anche in senso trans storico, mettendo a contatto il contemporaneo con il passato, ma per fare di entrambi qualcosa di diverso. C’è, infatti, una potente inattualità in questi cieli stellati, persino la presenza di un sentimento romantico, l’umana emozione dell’essere nulla di fronte all’infinito visibile, ma subito incrinata dalla presenza dell’opera in quanto tale, il suo essere oggetto, pezzo davvero di pittura che si mostra senza finzioni, pittura quasi monocroma, monocromo già troppo discontinuo per non essere profonda pittura di nera luce.
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Per questo i brani più alti di Addamiano sono quelli in cui si perde ogni approdo paesaggistico e ogni luogo percettivo da cui lanciare lo sguardo, per scoprirsi già dentro il fuori e fuori dal dentro. È in questi brani che Addamiano riannoda di pittura i fili del tempo, e ritrova quel dialogo perduto con Fontana e con quelli che, dopo di lui, si sono arrischiati nei cieli, come Santomaso e sue sperimentazioni spaziali di “stelle nere” nei primi anni Settanta, oppure gli opachi cieli a cadenza giottesca di Biggi, sino alle declinazioni monumentali delle fotografie di Thomas Ruff e alle costellazioni inventate di Matteo Attruia, per citarne alcuni.

Di fronte ai cieli di Addamiano è come riscoprire il proprio sguardo per la prima volta, proprio laddove la pittura riemerge dalla profondità della notte come ictus minimo, gesto, segno, punto luminoso. Allora il nero incessante, quello che ci siamo abituati a chiamare “monocromo”, diviene variabile architettura luminosa, quadrante di cosmo, soglia sulla quale non solo ci affacciamo, ma che abitiamo. Allora queste notti non sono solo le immagini profonde degli stellati cieli reali (di kantiana memoria), sono anche frammenti dei nostri cieli interiori, sono la soglia visibile in cui si sfiorano i due infiniti diversi che siamo. Davvero allora, dall’altra parte della pittura di Addamiano, forse, ci sono anche i sogni dell’arte oggettuale contemporanea: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.


È in preparazione la performance di danza contemporanea con musica di Paola Samoggie e la coreografia di Serena Zardini e Gabriele Vaccargiu.



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